Art of Hosting Italia: finalmente, una nuova comunità per le conversazioni che contano

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L’arte Dell’hosting Partecipativo

Da AIESEC ai Paesi Bassi, fino al primo training italiano in Toscana. Un viaggio personale alla scoperta della leadership partecipativa, dell’intelligenza collettiva e del potere delle conversazioni di generare cambiamento.

Finalmente.

Lo scorso weekend si è avverato un sogno: Art of Hosting Italia. Primo training in Italia, una nuova community locale di practitioners.

Ho sentito parlare di Art of Hosting più di due decenni fa perché ho fatto parte di AIESEC e alcune persone sono state e sono animatrici di questa incredibile community globale. Io non avevo mai approfondito e non mi ero mai avvicinata fino a quando ho fatto una delle scelte migliori che abbia mai fatto e ho partecipato al mio primo training Art of Hosting a Groesbeek, nei Paesi Bassi, nel 2024, per poi proseguire con il Community Day a Utrecht a marzo di quest’anno e il training Art of Harvesting, sempre a Groesbeek, alcuni mesi fa.

Quando ho appreso che era in arrivo anche un training in Italia ho accolto la notizia con grande entusiasmo e mi sono detta: «Non posso mancare, ci sarò».

E così, dal 23 al 26 ottobre, mi sono ritrovata al Pari Center, in Toscana, per partecipare a un appuntamento che per me aveva un significato particolare. Non era semplicemente un’altra occasione di formazione. Era la possibilità di vedere nascere anche in Italia una comunità di persone accomunate dal desiderio di esplorare modi diversi di lavorare insieme, affrontare la complessità e accompagnare il cambiamento.

Un viaggio iniziato molto prima

Ripensandoci, il mio incontro con Art of Hosting non è stato affatto casuale, anche se ci ho messo più di vent’anni a decidermi.

AIESEC è stata una delle esperienze che hanno maggiormente influenzato il mio modo di guardare al mondo. Mi ha insegnato il valore delle reti internazionali, dell’apprendimento attraverso l’esperienza, della leadership e della possibilità di costruire relazioni tra persone con storie, culture e prospettive differenti.

È anche attraverso quel mondo che ho incontrato, almeno indirettamente, Art of Hosting.

Per molto tempo è rimasto qualcosa che conoscevo di nome, attraverso persone e racconti, senza averne fatto esperienza diretta. Poi, nel 2024, ho deciso di andare a Groesbeek, nei Paesi Bassi, e partecipare al mio primo training.

Quella scelta ha aperto un percorso che non si è esaurito con la fine della formazione. Ho continuato a seguire la comunità olandese, tornando a Utrecht per un Community Day e successivamente a Groesbeek per approfondire l’Art of Harvesting.

Mi sono resa conto che quello che cercavo non era soltanto un nuovo insieme di strumenti professionali. Era anche un modo di intendere le relazioni, la collaborazione e la leadership che risuonava profondamente con molte delle esperienze che avevo vissuto negli anni.

E forse proprio per questo la nascita di Art of Hosting Italia mi ha emozionata tanto. Era come vedere un pezzo di quel percorso internazionale trovare finalmente uno spazio anche nel mio Paese.

A Pari, per coltivare una comunità italiana

Il primo training italiano di Art of Hosting & Harvesting si è svolto al Pari Center, in Toscana, con un hosting team composto da Laura Grassi, Alice Priori, Marco Valente, Sabine Gressel-Soeder e Katharina Erlacher.

Il percorso era stato preparato a lungo. Laura Grassi aveva raccontato che il progetto di portare un training in Italia era in cantiere da oltre sette anni. Un dettaglio che mi sembra significativo, perché ci ricorda che anche le comunità hanno bisogno di tempo, relazioni, perseveranza e persone disposte a prendersene cura.

La domanda che accompagnava il training era particolarmente stimolante: come possiamo rigenerare le nostre comunità e organizzazioni attraverso approcci di leadership partecipativa?

È una domanda che riguarda certamente chi si occupa di facilitazione, ma che considero importante anche per manager, professionisti, attivisti, amministratori pubblici e chiunque lavori con gruppi di persone.

Perché, in fondo, quante volte ci troviamo davanti a problemi che nessuno può risolvere da solo?

E quante volte, invece di provare a costruire insieme una risposta, continuiamo a organizzare riunioni nelle quali pochi parlano, molti ascoltano e le decisioni sono già state prese altrove?

La questione non è soltanto rendere gli incontri più piacevoli o coinvolgenti. È ripensare il modo in cui utilizziamo le conoscenze, le esperienze e le energie delle persone.

Art of Hosting: molto più di una metodologia

Spiegare Art of Hosting a chi non lo ha mai sperimentato non è semplicissimo.

Possiamo certamente parlare di World Café, Open Space Technology, Circle Practice, Appreciative Inquiry e ProAction Café. Sono approcci che aiutano a progettare e facilitare conversazioni significative, ciascuno con caratteristiche e finalità differenti.

Ma se ci fermassimo agli strumenti perderemmo, secondo me, la parte più interessante.

Art of Hosting è soprattutto una pratica di leadership partecipativa. È imparare a creare e custodire spazi nei quali le persone possano incontrarsi, ascoltarsi, esplorare domande importanti e contribuire alla costruzione di possibilità nuove.

Una delle idee che più mi hanno colpita lungo questo percorso è che ospitare non significa necessariamente guidare le persone verso una risposta che abbiamo già individuato.

Significa anche essere disposti a non sapere in anticipo che cosa emergerà.

E questa, per chi è abituato a lavorare per obiettivi, pianificare attività e cercare soluzioni, non è una prospettiva così scontata.

Ci viene chiesto continuamente di essere efficienti, rapidi, risolutivi. Di avere risposte, possibilmente immediate. Molto meno spesso ci viene chiesto di formulare domande migliori o di creare le condizioni affinché altre persone possano contribuire.

Eppure, di fronte alla complessità, la capacità di ascoltare e di far emergere l’intelligenza collettiva può diventare una risorsa straordinaria.

Non perché il gruppo abbia sempre ragione, naturalmente. E nemmeno perché tutte le opinioni debbano necessariamente convergere. Ma perché una conversazione ben ospitata può rendere visibili elementi che altrimenti rimarrebbero nascosti, aiutandoci a comprendere meglio ciò che stiamo affrontando.

Imparare a raccogliere ciò che emerge

Il mio percorso nell’Art of Harvesting mi ha portata ad approfondire un altro aspetto che considero fondamentale.

Quando organizziamo una conversazione, che cosa rimane dopo?

Siamo abituati a pensare ai risultati di un incontro come a un verbale, una presentazione, una lista di decisioni o un piano d’azione. Tutti elementi utili, ma non necessariamente sufficienti a rappresentare ciò che è accaduto.

Nell’Art of Hosting, l’harvesting è parte integrante del processo: significa prestare attenzione a ciò che emerge, raccogliere intuizioni, apprendimenti, connessioni e possibilità, e dare loro una forma che possa essere condivisa e utilizzata.

Mi piace particolarmente questa dimensione perché collega la conversazione all’azione, senza ridurre tutto alla necessità di produrre immediatamente un risultato misurabile.

Una conversazione può generare un progetto, ma può anche cambiare il modo in cui comprendiamo un problema, creare fiducia tra persone che non si conoscevano o aprire una collaborazione che prima non sembrava possibile.

Anche questi sono risultati, benché spesso siano più difficili da riconoscere.

L’harvesting ci invita a progettare le conversazioni pensando fin dall’inizio a ciò che desideriamo raccogliere e a come gli apprendimenti potranno continuare a vivere dopo l’incontro.

È un approccio che trovo molto utile anche nella progettazione di workshop, percorsi formativi e iniziative di coinvolgimento degli stakeholder.

La partecipazione non è un dettaglio della sostenibilità

Chi segue il mio lavoro sa che mi occupo di sostenibilità da molti anni e che sono particolarmente interessata al rapporto tra responsabilità, organizzazioni e cambiamento.

Nel tempo ho visto crescere enormemente l’attenzione verso la sostenibilità, insieme alla diffusione di standard, indicatori, strategie ESG e strumenti di rendicontazione.

Sono sviluppi importanti, ma continuo a pensare che ci sia una domanda che meriti più spazio: come possiamo rendere le persone realmente partecipi delle trasformazioni che chiediamo alle organizzazioni di realizzare?

Possiamo definire obiettivi ambiziosi, elaborare strategie e misurare gli impatti. Ma senza ascolto, coinvolgimento e capacità di lavorare insieme, il rischio è che la sostenibilità rimanga una questione prevalentemente tecnica, gestita da alcune funzioni aziendali e percepita dagli altri come qualcosa di distante.

La partecipazione non può essere ridotta a un questionario rivolto agli stakeholder o a un incontro nel quale presentiamo decisioni già prese.

Coinvolgere davvero significa essere disponibili ad ascoltare prospettive differenti e, quando il contesto lo consente, a lasciare che queste contribuiscano a orientare le decisioni.

Questo vale nelle imprese, nelle istituzioni, nel Terzo Settore e nelle comunità territoriali.

Penso alle transizioni energetiche, ai processi di rigenerazione urbana, alle trasformazioni organizzative e alle politiche pubbliche. Sono tutti ambiti nei quali la dimensione tecnica è essenziale, ma nei quali la qualità delle relazioni e dei processi decisionali può fare una differenza enorme.

Ecco perché considero Art of Hosting molto più di un interesse personale. Lo vedo come una competenza da coltivare e integrare sempre di più nel mio lavoro sulla sostenibilità e sulla leadership partecipativa.

Una riflessione anche sulla politica

C’è poi una dimensione che mi interessa particolarmente e che riguarda la qualità della nostra vita democratica.

Viviamo in una società nella quale il confronto pubblico sembra spesso costruito per contrapporre posizioni piuttosto che per comprenderle. La velocità della comunicazione, la polarizzazione e la ricerca continua di consenso immediato lasciano poco spazio alle domande autentiche.

Non credo che Art of Hosting possa risolvere da solo questi problemi, né che il dialogo debba sostituire il confronto politico o la responsabilità di prendere decisioni.

Credo però che abbiamo bisogno di recuperare la capacità di confrontarci anche quando non siamo d’accordo.

Ascoltare non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Riconoscere la complessità non significa evitare di scegliere. E coinvolgere le persone non significa necessariamente cercare un consenso unanime.

Significa, piuttosto, riconoscere che la democrazia ha bisogno anche di luoghi nei quali le persone possano confrontarsi senza essere costrette a trasformare ogni differenza in uno scontro.

In questo senso, la leadership partecipativa può offrire un contributo interessante anche alla costruzione di comunità politiche e civiche più capaci di collaborare, apprendere e affrontare problemi comuni.

Il valore di appartenere a una comunità

Se c’è un elemento che unisce le mie esperienze nei Paesi Bassi e questa prima esperienza italiana, è proprio il valore della comunità.

Art of Hosting non è un’organizzazione tradizionale, con una struttura gerarchica centrale, un sistema di accreditamento o un unico modello da replicare. È una rete internazionale di practitioners che condividono pratiche, apprendimenti e responsabilità, sviluppando comunità locali.

Questa caratteristica mi affascina particolarmente.

Ho sempre creduto nel potere delle reti internazionali e delle comunità di pratica. Dalla mia esperienza in AIESEC e AIESEC Alumni Europe fino ai numerosi progetti incontrati negli anni, ho avuto molte occasioni per osservare come le relazioni possano generare opportunità e iniziative che difficilmente nascerebbero attraverso percorsi esclusivamente individuali.

Una comunità, però, non nasce semplicemente perché un gruppo di persone partecipa allo stesso evento.

Nasce quando quelle persone decidono di continuare a incontrarsi, condividere esperienze, sostenersi reciprocamente e costruire qualcosa insieme.

Ed è proprio questa la possibilità che mi entusiasma di Art of Hosting Italia.

Il training è stato un punto di partenza. La vera sfida, adesso, sarà capire come coltivare le relazioni nate durante questi giorni e trasformarle in una comunità di pratica viva, aperta e capace di contribuire ai contesti nei quali ciascuno di noi opera.

Le conversazioni che costruiscono il futuro

Mentre scrivo queste riflessioni, mi accorgo che Art of Hosting si collega anche a un altro progetto al quale sto dedicando molte energie: il libro Viaggio nell’Europa che costruisce il futuro.

Nel libro racconto luoghi, persone, organizzazioni e iniziative che ho incontrato durante il mio percorso e che, in modi diversi, cercano di immaginare e realizzare un futuro migliore.

Ripensando a quelle esperienze, mi colpisce quanto spesso il cambiamento abbia avuto origine proprio da un incontro, una relazione, una conversazione o dalla decisione di alcune persone di iniziare a fare qualcosa insieme.

Non sempre servono grandi organizzazioni o risorse straordinarie per avviare un cambiamento. A volte tutto comincia quando qualcuno crea uno spazio nel quale una domanda importante può finalmente essere posta e ascoltata.

Naturalmente le conversazioni, da sole, non bastano. Servono competenze, risorse, responsabilità, decisioni e continuità.

Ma senza la capacità di incontrarsi e costruire relazioni, anche le strategie migliori rischiano di rimanere sulla carta.

È forse questa la lezione più importante che porto con me dal mio percorso nell’Art of Hosting: la qualità del futuro che riusciamo a immaginare e costruire dipende anche dalla qualità delle conversazioni che siamo capaci di ospitare oggi.

Sono felice di aver partecipato al primo training italiano e ancora di più di poter contribuire, insieme ad altre persone, alla crescita di questa nuova comunità.

Da Groesbeek a Utrecht, fino a Pari, il viaggio continua.

E questa volta sono particolarmente contenta che una parte del viaggio possa proseguire anche in Italia. Un grande grazie a Laura Grassi, Sabine Gressel-Soeder, Marco Valente, Alice Priori, Katherina Erlacher e tutto il gruppo di partecipanti che hanno reso possibile questa esperienza. Grazie e un arrivederci a presto.


Per approfondire: