Sostenibilità e regole europee

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Sostenibilità e regole Eruropee

Negli ultimi anni la sostenibilità è uscita definitivamente dalla zona grigia delle buone intenzioni per entrare nel campo delle regole europee vincolanti. Non è più solo una questione di valori o reputazione: è diventata un tema di governance, strategia e responsabilità legale.

Direttive come CSRD e CSDD non parlano solo agli addetti ai lavori. Parlano a imprenditori, manager, professionisti, associazioni e organizzazioni che devono capire cosa cambia davvero, chi è coinvolto e quali scelte vanno prese oggi per non trovarsi impreparati domani.

Questo articolo prova a fare ordine: spiegare il percorso europeo, chiarire l’ambito di applicazione delle principali norme sulla sostenibilità e leggere il quadro politico di fondo che le tiene insieme.

Indice dei contenuti

  • Europa: dai triloghi alle scelte concrete
  • CSRD
  • CSDD
  • I prossimi passi: il voto del 16 dicembre
  • Il punto politico di fondo

Europa: dai triloghi alle scelte concrete

Nel lessico delle politiche europee sulla sostenibilità, la parola trilogo è diventata centrale. Indica il confronto tra Commissione europea, Parlamento europeo e Consiglio, dove si negoziano i testi legislativi prima dell’approvazione finale.

È qui che si decide il grado di ambizione delle norme, il loro perimetro di applicazione e il bilanciamento tra tutela ambientale e sociale e competitività economica. I triloghi non sono un passaggio tecnico neutro: sono il luogo in cui la sostenibilità viene tradotta in regole applicabili al mercato.

Negli ultimi anni l’Unione europea ha scelto una strada chiara: integrare la sostenibilità nel funzionamento del mercato interno, evitando che diventi un vantaggio competitivo per chi ignora impatti e responsabilità. Questo approccio ha portato a un’accelerazione normativa senza precedenti.

Il passaggio dai triloghi alle scelte concrete, però, non è lineare. Le versioni finali delle norme riflettono compromessi politici, pressioni economiche e tentativi di semplificazione. Il risultato è un quadro articolato, che richiede alle organizzazioni di ripensare processi, sistemi decisionali e rapporti con gli stakeholder.

CSRD e CSDD sono l’espressione più chiara di questo cambiamento.

CSRD

La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) rappresenta una svolta nel modo in cui le imprese devono rendicontare la sostenibilità. Supera definitivamente l’approccio volontario della precedente NFRD e introduce un sistema di reporting strutturato, comparabile e verificabile.

Il cuore della CSRD è la doppia materialità: le aziende devono rendicontare sia come i temi ESG influenzano le performance finanziarie, sia come le attività aziendali generano impatti su ambiente e società. Non è un esercizio narrativo, ma un processo analitico che richiede dati, metodo e governance.

Dal punto di vista dell’ambito di applicazione, la CSRD amplia in modo significativo la platea delle imprese coinvolte. Sono soggette alla direttiva:

  • le grandi imprese europee che superano almeno due di questi tre criteri:
    250 dipendenti, 40 milioni di euro di fatturato, 20 milioni di euro di totale di bilancio;
  • le PMI quotate, con standard semplificati e tempistiche graduali;
  • le imprese extra-UE con un fatturato superiore a 150 milioni di euro nell’UE e almeno una controllata o succursale rilevante.

Secondo le stime della Commissione europea, la CSRD coinvolgerà oltre 50.000 imprese nell’Unione, rispetto alle circa 11.000 coperte dalla NFRD. Un salto quantitativo che cambia radicalmente la scala del reporting ESG.

Negli ultimi mesi, anche a seguito del dibattito politico e delle pressioni delle imprese, sono emersi alcuni aggiustamenti e chiarimenti: maggiore attenzione alla proporzionalità, discussione su possibili semplificazioni operative e un focus crescente sulla qualità delle informazioni, per evitare un reporting puramente formale.

Il messaggio di fondo resta però invariato: la CSRD non chiede più “se” rendicontare, ma come farlo in modo credibile e utile. Per le imprese, questo significa integrare la sostenibilità nei processi decisionali e non relegarla a un documento annuale.

CSDD

Se la CSRD riguarda il raccontare la sostenibilità, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDD) riguarda il gestirla. Introduce obblighi di due diligence ambientale e sui diritti umani lungo la catena del valore.

La CSDD chiede alle imprese di identificare, prevenire, mitigare e, quando necessario, rimediare agli impatti negativi generati dalle proprie attività e da quelle dei partner commerciali. È un cambio di paradigma: la responsabilità non si ferma ai confini legali dell’azienda.

Anche qui l’ambito di applicazione è selettivo, ma con effetti estesi. La direttiva si applica principalmente a:

  • grandi imprese europee con oltre 500 dipendenti e 150 milioni di euro di fatturato mondiale;
  • imprese operanti in settori ad alto rischio con soglie più basse (250 dipendenti e 40 milioni di euro di fatturato);
  • alcune imprese extra-UE con fatturato significativo generato nel mercato europeo.

Pur riguardando direttamente un numero più limitato di aziende rispetto alla CSRD, la CSDD ha un impatto sistemico. Attraverso contratti e relazioni commerciali, gli obblighi di due diligence tendono a propagarsi lungo la supply chain, coinvolgendo anche fornitori di dimensioni minori.

Negli ultimi negoziati, la CSDD è stata oggetto di un confronto politico intenso. I principali cambiamenti hanno riguardato il perimetro della catena del valore, il grado di responsabilità civile e il bilanciamento tra prevenzione e rimedio. Il risultato è una direttiva meno estesa rispetto alle prime proposte, ma ancora molto significativa.

Il messaggio è chiaro: la sostenibilità non può più essere delegata o esternalizzata. Conoscere la propria filiera diventa una condizione operativa, non un’opzione reputazionale.

I prossimi passi: il voto del 16 dicembre

Il voto del 16 dicembre rappresenta uno snodo politico decisivo. Non chiude il processo legislativo, ma ne definisce l’orientamento e il livello di ambizione.

Da questo passaggio emergeranno indicazioni chiave su:

  • tempi di applicazione delle norme,
  • soglie dimensionali e perimetro definitivo,
  • margini di flessibilità per gli Stati membri.

Per le imprese, attendere l’esito finale senza prepararsi è una scelta rischiosa. Anche in presenza di eventuali rinvii o alleggerimenti, la direzione è tracciata: più trasparenza, più responsabilità, più integrazione tra sostenibilità e strategia.

Chi inizia ora a lavorare su dati, processi e governance non lo fa solo per conformarsi, ma per migliorare la qualità delle decisioni.

Il punto politico di fondo

Al di là delle singole direttive, il vero tema è politico. La sostenibilità è diventata un terreno di confronto tra due visioni: chi la considera un freno alla competitività e chi la vede come fattore di qualità e resilienza del sistema economico.

CSRD e CSDD nascono dalla seconda visione. L’idea è che un’economia più trasparente e responsabile sia anche più stabile nel lungo periodo, meno esposta a crisi improvvise e perdita di fiducia.

Le regole europee non risolvono automaticamente i problemi, ma costringono imprese e organizzazioni a porsi le domande giuste: quali impatti stiamo generando, dove sono i nostri rischi reali, quale valore vogliamo creare.

La sostenibilità regolata non è una scorciatoia. È un percorso fatto di metodo, dati e scelte. Ed è sempre più evidente che non riguarda solo il come si comunica, ma il come si governa.